5.5.13

Norwegian Wood

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Noruwei no mori è sicuramente un romanzo molto vicino all’Occidente com’è stato spesso detto (palesi le citazioni musicali e letterarie) ma rimane anche molto legato al Giappone. Ne aggiorna però l’immagine in quella di un Paese in cui la globalizzazione è passata radicando nei giovani fascino per l’Occidente e distanza dalle generazioni precedenti. Come ben dice Giorgio Amitrano nell’introduzione: “uno dei più abissali gap generazionali di tutti i tempi: il mondo straniero, che per i genitori significa alterità, per i figli rappresenta identità”. E dove risiede questo profondo legame col Giappone se non nel vuoto, nel nulla. Da una parte la generazione dei padri ha dovuto affrontare “la guerra e la sua tragica conclusione” (cit. Amitrano) e l’ha fatto spesso con le armi della cultura, vomitando in essa le proprie paure, i propri incubi, esorcizzandoli in tutte le forme: film, libri, anime, manga. Dall’altra parte, la generazione dei figli ha perso quella voglia di vivere portata dalla morte, ha perso la volontà o la forza di remare in direzione opposta, galleggiando in un’apatia che invece porta proprio alla morte: il suicidio. L’alienazione di questi giovani è ben descritta in Norwegian Wood in cui il rapporto con la dimensione altra della morte perde il fascino del concetto zen del vuoto (così come il suicidio perde tutto il valore di gesto nobile che aveva avuto per tanti secoli) e acquista la drammatica concretezza dell’assenza. Nessuna lacrima sul volto di Watanabe davanti alle morti delle sue amiche, nessuna parola di troppo, poche confessioni. Un ragazzo disadattato che si muove lentamente nel caos dei non-luoghi, ma che riuscirà altrettanto lentamente a riprendersi da questo suo stato. È significativa in questo racconto di immobilità spirituale la non-scelta di Tōru: tra Midori (il “pieno” della sua concretezza adatto a completare le mancanze del protagonista) e Naoko (il vuoto, le infinite ma vane possibilità. Quasi uno specchio di ciò che potrebbe capitare a Watanabe) è la morte stessa a scegliere. Come significativo è pure il contrasto tra questa immobilità spirituale e la frenesia del sesso (in tempi non sospetti - niente colpi di spazzola o sfumature di colori - una descrizione così compulsiva e libera della vita sessuale del protagonista è abbastanza nuova nella scena letteraria). Ma la maturazione c’è, il bildungsroman trova la sua compiutezza non nel finale aperto, bensì all’inizio del romanzo: ciò che stiamo leggendo è un libro scritto da Watanabe. La sua paura di dimenticare è anche forse la paura di compiere questo lento processo di maturazione o di dimenticare ciò che a questa maturazione ha portato (perché l’apatia ci accompagna sempre. Come la morte). Lo scrivere dunque, come per la generazione dei padri, vuol dire ancora una volta esorcizzare il dolore. Portare a compimento un percorso di formazione.

1 commento:

Sæglópur ha detto...

Non amo dare giudizi lapidari, ma questo è uno dei peggiori romanzi che abbia mai letto.
L'unico merito che gli riconosco è quello di non essere indifferente, è sempre meglio distinguersi, anche se nel male.
Concordo sul fatto che sia piuttosto occidentale, sembra che voglia emulare un ramo della letteratura americana, quello che mi piace meno. Abbastanza banali le citazioni (culturali, musicali), strano che uno che abbia vissuto in quegli anni citi solo i grandi colossi che sono giunti fino a noi.
Non ho visto né alienazione né malinconia, ho trovato tutto talmente assurdo e inverosimile da sembrare un cartone animato o una soap opera, tanto che mi divertivo a scommettere sul prossimo morto.