29.7.08

Neon Genesis Evangelion Platinum Edition

A quanto pare, questa è destinata ad essere la settimana anime del blog. Il fatto è che sto riprendendo ad informarmi dopo un periodo in cui per altri impegni avevo trascurato gli interessi nipponici.

Comunque, ammesso che importi a qualcuno, volevo solo rendervi partecipi della mia gioia nell'essere finalmente divenuto un possessore della Platinum Edition (Edizione limitata in 5000 copie) del mitico Neon Genesis Evangelion. E' davvero stupenda, sono contentissimo! Considerate anche il fatto che dopo tanti anni sembrava assolutamente impossibile una tale uscita...

In più, è ufficiale la futura uscita (chissà quando, però) dei nuovi film di Evangelion. La Dynit ne ha acquisito i diritti. Forza Dynit!!!

28.7.08

Millennium Actress e Ponyo

Un'altra bella notizia sul fronte dell'animazione, pare che si sia concluso il doppiaggio italiano di Millennium Actress, capolavoro di Satoshi Kon. La Passworld (già distributrice di Ghost In The Shell. L'attacco dei cyborg) ne aveva acquisito i diritti l'anno scorso riempiendo di fiducia noi sventurati fan. Speriamo che non sia una notizia falsa e che a fine anno potremo davvero stringere tra le mani il dvd!

Intanto vi lascio il trailer di Ponyo, il nuovo film d'animazione di Hayao Miyazaki.
In questo nuova opera, Miyazaki torna (come già per Il castello errante di Howl) a prediligere disegni e contrasti tra i colori che sanno molto di vecchia scuola, dopo le colorazioni più moderne de (il mio amato) La città incantata.

Ulteriori informazioni: Studio Ghibli Essential



Fonte della news su Millennium Actress: Anime Click

Totoro al cinema in Italia!




Incredibile! Dopo tanti anni, Tonari no Totoro, film d'animazione dello studio Ghibli, diretto da Hayao Miyazaki, uscirà nelle sale italiane!!! Questo autunno grazie alla Lucky Red.

Curiosità: il simbolo dello Studio Ghibli deriva proprio da questo capolavoro.

Per maggiori (sensazionali) informazioni: Italy Manga.
Oddio che bello! Spero che verrà "sistemato" anche La città incantata, che adoro.
Per tutto questo bisogna ringraziare la Lucky Red, ma anche Gualtiero Cannarsi che si è sempre impegnato al massimo, con grande professionalità e passione, per l'adattamento degli anime che gli sono stati affidati e per cercare di portarne di nuovi in Italia!

Fonte: Animangaplus

27.7.08

Spettacolo videoludico!

Per la serie videogiochi spettacolari... eccovi qualche anteprima!

Naruto: Ultimate Ninja Storm



Star Wars: The Force Unleashed
Non mi convince del tutto, ma forse è solo perché quello che ci gioca non sa come divertirsi!



Gears of War 2
Aspettate la fine dell'intervista, perché dopo...



24.7.08

Giambattista Bodoni: un saggio

Un saggio su Giambattista Bodoni, scritto da me.
E' impaginato su Quark Xpress e poi stampato su Pdf.
Avvertenza: se usate questo lavoro rispettate il tipo di licenza con cui è registrato.
La cosa più importante è citare l'autore.

Giovan Battista Bodoni e la sua rivoluzione tipografica

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Giovan Battista Bodoni e la sua rivoluzione tipografica by Luca Tozzi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

La cura dell'acqua - Lo stadio di Wimbledon

Immagine di Lo stadio di WimbledonImmagine di La cura dell'acqua


Da un esercizio di un corso per redattori editoriali:

1)
Scrivere una recensione de La cura dell’acqua e una de Lo Stadio di Wimbledon per la rubrica Fogliata di libri del Foglio.


2)
Scrivere una stroncatura professionale de La Cura dell’acqua e una de Lo Stadio di Wimbledon per la colonna Bersagli di Alias.




La cura dell’acqua

(1)
Nel film “Rendition”, uscito alcuni mesi fa nelle sale, si parlava del caso scottante delle torture inflitte ai presunti terroristi da parte del governo americano. Argomento salito all’onore delle cronache anche per la scoperta dell’approvazione di Bush verso tali azioni immorali. Tra le pratiche più utilizzate, pare ci sia il waterboarding. Il prigioniero viene legato e sulla testa incappucciata si fa scorrere dell’acqua, provocando così la sensazione continua di annegamento. Una violenza che, per quanto dura ed “efficace”, non lascia segni evidenti di maltrattamento sul corpo e viene per questo preferita ad altre.
“La cura dell’acqua”, titolo del nuovo libro di Percival Everett uscito in Italia per Nutrimenti, si riferisce proprio a questa terribile tortura. Ishmael Kidder, un padre sconvolto dalla perdita della figlia, una undicenne violentata e uccisa, decide di rapire il principale indiziato e sottoporlo a numerose sevizie, tra cui quella menzionata poc’anzi. È un libro complesso, non per tutti, che ha tanto da dare solo se si ha il coraggio di scavare a fondo nelle sue verità. Se si ha la pazienza, anzi la forza, di resistere ad una forma letteraria capace di stancare il lettore, innervosirlo, provocarlo. Un libro che non racconta solo un’esperienza, ma cerca di renderla il più possibile evidente, vera, reale ‒ una metafora assoluta nel suo essere perfetta coincidenza di forma e contenuto. Everett gioca con le parole tramite un audace sperimentalismo, ma il gioco si trasforma da subito in profonda riflessione sul linguaggio, i limiti e le colpe di questo. Improbabili dialoghi tra filosofi, limerick, scrittura non-sense, disegni, flussi di coscienza, citazioni colte, calembour, sono tasselli che formano un percorso di ricerca tutto incentrato sull’ambiguo rapporto tra significato e significante. E ogni cosa, il dolore di un padre che ha perso sua figlia, la rabbia, la voglia di vendicarsi, l’insoddisfazione per la propria vita, diventa occasione per esplorare questo rapporto, è forzatamente ridotta alle regole e alla logica del linguaggio. Su un altro livello, spesso coincidente con questo, si pone la critica alla società americana e soprattutto all’amministrazione Bush e alla guerra preventiva. L’autore sfoga senza riserbo il suo disprezzo e la sua insoddisfazione verso il presidente avvicinando il romanzo al pamphlet, e variando ancora una volta un registro già straordinariamente eterogeneo. A complicare tale varietà di toni e stili c’è da aggiungere l’alter ego del protagonista, la scrittrice di romanzi rosa Estelle Gilliam, ulteriore mezzo attraverso il quale Ishmael scandaglia le sue emozioni e studia il mondo e l’arte, la finzione e l’apparenza. Ogni problema, però, rimane senza soluzione. Ogni pensiero non sembra avere il fine di risolvere un disagio, ma solo quello descrittivo di spiegarlo e denunciarlo, rendendo chiara l’inconsistenza di tale stessa pretesa.

(2)
Nel suo ultimo romanzo, La cura dell’acqua (Nutrimenti, traduzione di Marco Rossari, pp. 194, € 15,00), Percival Everett ripropone dopo Glifo il suo lato più sperimentale e anarchico, con una scrittura che non si sottomette ad alcuna regola, non concedendo così, nemmeno al lettore, alcun beneficio che potrebbe venire dal rispetto di forme più tradizionali. La storia è quella di Ishmael Kidder, scrittore di romanzi rosa di successo sotto lo pseudonimo di Estelle Gilliam, ma in realtà padre sconvolto dalla perdita della figlia, violentata e uccisa all’età di soli undici anni. Una volta catturato il principale sospettato lo sottoporrà a numerose sevizie, tra cui la “cura dell’acqua” che dà il titolo all’opera. Meglio conosciuta come waterboarding, è questa una pratica (autorizzata da Bush) usata dal governo americano per gli interrogatori dei presunti terroristi, il prigioniero viene incappucciato e gli si versa acqua sulla testa, provocando una continua sensazione di soffocamento. Da queste premesse inizia il delirio del protagonista che lo porta ad esperire il mondo da un punto di vista ossessivo e anomalo, ma estremamente cosciente delle proprie azioni e sensazioni. Tramite una de-costruzione del libro per mezzo di “appunti” (ma anche di limerick, riflessioni filosofiche, scrittura non-sense e disegni) Everett cerca di fondere contenuto e forma in un unico disturbante risultato, con l’intento di rappresentare metaforicamente quella violenza, quella confusione, quella delusione, e tutte le altre emozioni e i significati veicolati dalla vicenda narrata. Le tecniche, gli stili e i numerosi registri adottati, inoltre, servono all’autore per esprimere in maniera esplicita, visibile, il rapporto ambiguo e conflittuale tra significato e significante, una lotta interna senza soluzione che si combatte ogni giorno e a cui partecipa con la sua ipocrisia la popolazione americana, troppo legata all’apparenza e alla falsità delle parole. Eppure solo un’analisi a freddo può rivelare una tale profondità. Il lettore non ha la possibilità di trarre piacere dai giochi linguistici che soffocano la narrazione invece di rafforzarla, né l’occasione di interpretare il testo come vorrebbe il suo autore. Tutto si riduce ad una lettura sbrigativa e annoiata. Il punto di forza del libro avrebbe potuto essere la critica all’America e a Bush (il comportamento del protagonista non è altro che un’allegoria della guerra preventiva), ma perfino questo aspetto, che dovrebbe fungere da struttura portante del testo, viene indebolito dall’ermetismo esasperato di un irrazionale (o forse troppo razionale) Ishmael.
Tra le righe, ad ogni modo, si intravede la presenza di un autore capace, molto coraggioso e ricco di esperienza. Doti che saranno sicuramente più visibili nel suo prossimo libro pubblicato in Italia, Wounded. Una storia più lineare, ma provocatoria e forte com’è consuetudine di Everett.

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Lo stadio di Wimbledon

(1)
Ci sono uomini che rimangono ai margini, nascosti, nonostante abbiano la forza di cambiare le cose, di lasciare un segno. Tra questi vi è Roberto Bazlen, Bobi per gli amici, uomo di grande cultura, scopritore di talenti e consulente di Einaudi e Adelphi. Era amico di Joyce, Saba e Montale. Una “leggenda silenziosa” com’è stato definito da Leonardo Luccone in un articolo di questa testata. Nel suo primo romanzo, Daniele Del Giudice, affronta senza timori la sfida di descrivere l’atmosfera mistica che gravita intorno a questo personaggio, ma anche il tema più complesso della sconfitta della scrittura. Il protagonista vuole conoscere il motivo per cui un uomo, tanto colto e appassionato al mondo della letteratura, come Bazlen non abbia mai ricercato una propria affermazione artistica. Spinto da tale curiosità si reca a Trieste dove incontra alcune delle persone che più gli furono vicine. Per poi giungere, nelle ultime pagine, a Londra luogo in cui un’incompleta epifania pone le basi per le sue future conclusioni riguardo alla domanda che si era posto e al significato della stessa.
Lo stile di Del Giudice, ellittico, puntuale, ha un ritmo blando e costante che si adatta perfettamente alla descrizione dell’umore del protagonista. Attraverso i suoi occhi il lettore vive non tanto l’esperienza di una ricerca oggettiva di fonti, quanto quella metatestuale ‒ e di declinazione morale ‒ di un significato profondo dello scrivere. Una lingua che pensa a sé stessa, un’inerzia autoriflessiva che si contrae sull’oggetto dando forma ad un procedere attenuato, onirico. Non a caso l’addormentarsi è una costante del romanzo, così come il fantasticare, che porta però ad uno scontro tra immaginazione e realtà. Bazlen aveva fatto una scelta, la vita prima di tutto, la sua opera la sua vita. Del Giudice invece, come il suo protagonista, decide diversamente, affronta l’impresa della scrittura, capace di proteggere la memoria e usufruirne al tempo stesso a favore di un percorso individuale.
Si potrebbe definire “Lo stadio di Wimbledon” un romanzo di formazione, ma è perlomeno inconsueto: c’è l’inizio di una maturità che trova le sue basi nelle ultime pagine, ed arriva a compimento in un futuro che non è narrato, ma emerge solo indirettamente dalla presenza stessa del testo. Il viaggio, iniziato come un vagabondaggio dalla meta incerta, svela a poco a poco il suo reale significato, la ricerca di qualcosa di personale, intimo, ovvero il centro vitale del Bildungsroman.

(2)
Lo stadio di Wimbledon è uno di quei romanzi che cede sotto il peso delle troppe, entusiastiche, critiche che sono state fatte a riguardo. È un buon libro che nasce da un’idea interessante, ma non è all’altezza delle recensioni. Tutto inizia dall’intento di scrivere un romanzo su Roberto Bazlen, una vera leggenda nel panorama culturale italiano del Novecento, amico di Joyce, Saba e Montale. Un intellettuale che si teneva in disparte e che per questo è rimasto sconosciuto ai più. Il protagonista del romanzo si reca a Trieste e poi a Londra per incontrare le persone che gli sono state più vicine. Particolarmente interessante è l’incontro con Gerti e Ljuba muse del poeta Montale. La domanda che fa da sfondo al viaggio intrapreso è «perché non ha scritto». Una curiosità che non può trovare una risposta soddisfacente, poiché è un sintomo di un’altra ricerca in atto, quella personale del rapporto con la scrittura. Se Bazlen, nonostante la sua profondissima conoscenza dei libri, sceglie di vivere la vita e fare di essa la sua opera, dedicandosi agli altri più che a sé stesso, al contrario il protagonista prende la decisione opposta, svelata solo indirettamente nel romanzo: la scrittura sarà il suo modo di conoscersi. È su queste basi che poggia e trova la sua ragion d’essere lo stile utilizzato dall’autore. Una narrazione caratterizzata da ritmi blandi e monocorde che generano un’atmosfera onirica contratta spasmodicamente sull’oggetto.
Il problema è che un tale sostrato di elementi emerge solo tramite una riflessione a freddo. La realtà della lettura è un’altra: un libro perfetto sotto il piano teorico, ma estremamente lento, dalle descrizioni troppo dettagliate e in sostanza inconcludente, nella prassi. Insomma, un bel libro, ma che sicuramente non regge il confronto con quanto è stato detto su di esso. I comportamenti del protagonista, più che renderlo una persona profonda e affascinante, non fanno altro che caratterizzarlo come un uomo incapace di instaurare rapporti sociali solidi, fondati sulla spontaneità e sulla comunicazione. Per lui, non c’è una vera scelta perché, a differenza di Bazlen, non sarebbe capace di relazionarsi agli altri in modo da fungere per loro da sostegno e aiuto nella vita. La formazione del narratore è incompleta, dunque, perché il suo prediligere la scrittura non è il risultato di una scelta, ma il condizionamento della propria personalità che non è maturata, e che con la scrittura reitera le proprie azioni, sintomo di limitatezza nel rapporto con il mondo. È interessante notare come le probabili intenzioni dell’autore, quelle lungamente descritte in altre recensioni e sopra riassunte, non abbiano raggiunto il risultato voluto. Il cerchio, che sembra chiudersi, in realtà rimane aperto…




...che belle cose

ahhhhhhhhhhhhh... Meno male che la moratoria ci riporta ad un livello di decenza...

Che bello, andiamo a vedere un tizio che muore tra i gemiti di dolore!

23.7.08

Short stories

Ecco l’esempio di una bella collana in allegato ad un quotidiano: Short stories. Con la Repubblica e L’Espresso escono, ogni venerdì, piccoli racconti (al modico prezzo di 2 euro in più rispetto al costo del giornale) con doppia versione in inglese e italiano.
Autori importanti, e possibilità di ascoltare online la lettura dei libri. Io corro in edicola…

Piano dell’opera
Sito ufficiale dell’iniziativa

Fonte immagine: La taverna dei pensieri

22.7.08

Lost Book Club

Sul sito della ABC, i libri citati in Lost. Carino.
Lost Book CLub

Riassunto di Lost in 8:15 minuti

Articolo aggiornato: video in italiano.
Raidue ha mandato in onda, come già aveva fatto Fox, il riassunto in italiano prima della trasmissione della 4a serie (che avverrà il 28 luglio alle 21.05). Certo questo riassunto è più comico che altro, ma può fare comodo.

Vi piace Lost?
Io considero la prima serie quasi perfetta, una delle più belle prime serie esistenti (un'altra è Roswell). Purtroppo la seconda non è per niente all'altezza, mentre con la terza mi sembra che si sia ripresa un po', ma forse sono solo io che mi sono adattato... La quarta mi è piacuta!

Comunque sia, questo è un riassunto in 8:15 minuti delle prime tre serie. Mi raccomando, se non avete visto tutta la terza serie non guardate il video per non spoilerarvi.
I minuti sono lo stesso numero del volo dei sopravvisuti.

21.7.08

Basta guardare il cielo


Di tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario.
(François Truffaut, citato in Giffoni Film Festival, 1982)

Ha luogo in questi giorni, in quel di Giffoni Valle Piana (Salerno), un festival del cinema che gode di molte simpatie e che dà la possibilità ai ragazzi di avvicinarsi al mondo del cinema, creando curiosità e occasioni, ma anche a chi è più grande di guardare bei film. Quest’anno tra gli ospiti ci saranno Meg Ryan, Tim Roth e Toni Servillo. Ma per maggiori informazioni visitate il sito ufficiale.

Ciò di cui voglio parlare è altro. Un film che hanno trasmesso ieri sera su Rete4 e che, a suo tempo, ha vinto il Grifone d’Oro al Giffoni Film Festival 1998 per la miglior regia.
Basta guardare il cielo (titolo originale: The Mighty)


Per quanto riguarda trama e analisi approfondite, vi rimando a questo sito, oppure ai tanti altri che parlano del film.
Io volevo solo dire quanto mi è piacuto. C'è davvero di tutto dentro: letteratura, immaginazione, amicizia, sofferenza. Spinto anche da motivi personali, ho passato metà del tempo a piangere... Davvero bello. Di questo tipo di film, l'unica cosa che non mi piace molto è che ci sono sempre ragazzini iperteppistelli che a 13 anni hanno già il coltello in mano, ma soprattutto (questa la cosa che mi dà più fastidio) sono pronti a usarlo per le più grandi stronzate (mi viene in mente Un sogno per domani) come infastidire un invalido.

Sono curioso di leggere il libro,Freak The Mighty che ha vinto nel 1993 il premio "Miglior libro per ragazzi" della American Library Association ed è diventato "lettura consigliata" nelle scuole medie del Paese. Seguito poi da Max The Mighty che spero non sia stato scritto solo per fare soldi.

Nel film (la cui sceneggiatura è scritta in collaborazione con l'autore del libro) sono presenti numerosi attori più, o meno, conosciuti. Sharon Stone, Elden Henson (se spremete le meningi riuscirete a ricordare il suo volto come famigliare), James Gandolfini (dopo I Soprano lo conoscono tutti), Gillian Anderson (Scully di X-Files) e Kieran Culkin il fratello minore del Macaulay Culkin di Mamma ho perso l'aereo.

Citazioni
Noi due conciati così sembriamo un unico storpio


Un cavaliere dimostra il suo coraggio con le sue gesta


I never had a brain until Freak came along and let me borrow his for a while


Qualche immagine






Manamana

Spero che le pagine del blog non siano troppo pesanti da caricare, con tutti questi video e roba varia. Ditemelo se incontrate problemi. Ricordo che per una migliore visualizzazione del blog è meglio che usiate Firefox (arrivato alla versione 3), invece che internet explorer. Lo troverete molto comodo, anche grazie ai numerosi widget con cui si può personalizzare. Io ad esempio ne uso uno che si chiama Read it Later e che mi permette con un click, di inserire la pagina in un elenco temporaneo di “preferiti”, così che quando ho tempo lo visito per poi facilmente cancellarlo dalla mamorizzazione.

Comunque, l’articolo non è dedicato a questo, ma a Manamana, io credevo fosse stata creata per Benny Hill Show, invece ho scoperto che è del Muppet Show. Guardate il video, è simpaticissimo!

EDIT: Mi correggo, la canzone è stata creata da Piero Umiliani per il film Svezia, inferno e paradiso. Inizialmente il motivo fu scartato dall’autore, ma la produzione decise invece di inserirlo. QUI l’originale. Altro su Wikipedia.
Ah! Si scrive Mahna Mahna.

Do the evolution!



I Pearl Jam, gruppo da sempre impegnato, decidono di affidare a Kevin Altieri, (regista delle serie animata di Batman tra il 1992 e il 1995), e a Todd McFarlane, (comic writer per Spider Man, Batman e Spawn e disegnatore di action figure), la regia di un pezzo altrettanto impegnato, Do the evolution.

Qualche immagine di Batman:



Fonte: Hideout Vi consiglio di darci un'occhiata, sembra un bel sito, approfondirò...

Qui, invece, un interessante articolo di Sentieri Selvaggi riguardante il videoclip.